Martedì 07 Settembre 2010 ore 1:59
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L'Italia in guerra : oggi e domani E-mail
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La Costituzione Italiana in tema di guerra parla molto chiaro, l’articolo 11 recita: “ L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Nel rispetto di tale articolo, l’unica possibilità per l’Italia di intervenire militarmente all’estero è quella di agire sotto l’egida di un organismo internazionale di cui condivide le finalità e sinteticamente in tre casi: intervento umanitario e di evacuazione, mantenimento della pace alla fine di un conflitto (peace keeping), ristabilimento della pace che prevede anche l’uso della forza (peace enforcing).

E’ proprio attraverso un gioco di parole che a partire dal marzo 2003, dall’attacco all’Iraq, l’Italia partecipa all’opera di delegittimazione dell’ONU appoggiando fedelmente la politica aggressiva statunitense della guerra preventiva e permanente e venendo meno ad una politica internazionale, democratica e multilaterale.

In questi ultimi anni, l’Italia si trova impegnata al seguito degli Stati Uniti in operazioni che solo ipocritamente possono essere definite “missioni di pace” o di “mantenimento della pace”, sono piuttosto missioni militari che partecipano ad azioni belliche sotto il cappello assai discutibile di “guerra al terrorismo”.

A partire dal gennaio di quest’anno inoltre, a seguito della richiesta degli Stati Uniti di un maggior impegno da parte degli alleati, in Afghanistan le truppe italiane non saranno più vincolate da nessun tipo di limitazione, non più solo sporadiche azioni difensive, ma anche offensive pianificate. E i cacciabombardieri italiani Tornado potranno anche effettuare bombardamenti.

In Afghanistan, l'Italia sta combattendo una guerra vera nel mancato rispetto dell’Art. 11 della Costituzione e della carta dei diritti delle Nazioni Unite.

I governi italiani che si succedono continuano una politica estera di servilismo nei confronti degli Stati Uniti, la cui strategia è ancora ignota (cioè quale sarebbe la strategia della politica estera italiana?), mentre soddisfano gli interessi del complesso militare-industriale italiano, che fattura la colossale cifra di 10 miliardi di Euro all'anno ed esporta la morte in ogni parte del mondo.



Missioni militari all’estero e funzioni

La cartina qui riportata pubblicata su Limes risale al 15/5/2007 e da allora il numero di militari impegnati all’estero ha continuato a crescere. Quasi diecimila uomini e donne, 9.108, nelle aree più calde del mondo: dal Libano all’Afghanistan, dai Balcani al Sudan, dai Territori palestinesi alla Georgia.

L’incremento è per la maggior parte dovuto al consistente aumento di truppe e mezzi mandati in Afghanistan per un totale di circa 3000 militari (con una spesa di 40 milioni di euro al mese destinata ad aumentare). E’ aumentato anche l’impegno italiano nelle missioni NATO (380 unità), in Sudan (114 unità) e nei balani (2400 ca.). Inoltre, rispetto allo scenario 2007, siamo impegnati in Georgia e nelle acque somale. (http://temi.repubblica.it/limes/politica-estera-e-operazioni-militari/3092).


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L’Italia è stata complice e sostenitrice dell’attacco all’Iraq, contraddicendo le direttive dell’ONU, per restare fedele compagna dell’amministrazione USA. Una guerra assurda in cui è stato invaso e bombardato “preventivamente” un Paese con l’accusa di possedere armi di distruzione di massa. Sì, le armi di distruzione di massa in Iraq in questi anni le abbiamo viste e ne abbiamo visto le conseguenze, ma non erano iraquene.

Fallujah, ormai lo ammettono a denti stretti anche le autorità militari statunitensi, è stata bombardata da proiettili al fosforo, ma ci sono evidenze (http://www.rainews24.it/ran24/inchieste/guerre_stellari_iraq.asp) anche dell’utilizzo in altri attacchi di proiettili all’uranio impoverito, bombe al neutrone e delle nuovi armi ad energia (laser, micronde).

In Iraq sono state utilizzate e testate moltissime armi proibite dalle convenzioni internazionali, armi che non solo distruggono ma contaminano e determinano mutazioni genetiche permanenti. I casi di leucemia e malformazioni nei bambini iraqueni e nei figli dei soldati impiegati in questa guerra sono numerosissimi.

I militari italiani non hanno, molto probabilmente, partecipato a questi attacchi, ma la complicità dell’esercito e dei governi italiani in questi episodi di violenza disumana, che va molto al di là del concetto di guerra, è indiscutibile. Il progetto delle armi ad energia (laser e micronde) è un progetto Made in Italy, firmato Ansaldo Ricerche (gruppo Finmeccanica) e l’utilizzo di proiettili ad uranio impoverito è avvenuto in zone dove erano presenti le milizie italiane, ma il reparto BCN che si occupa della valutazione delle armi Biologiche Chimiche e Nucleari, ha sostenuto la non-radioattività dell’uranio impoverito.



Spese militari e industria militare (Finmeccanica)

Il Governo Berlusconi sembra voler considerare l’industria militare come una sorta di volano: la ripresa economica sarà sostenuta dalle spese per le armi. Durante l’iter della finanziaria nessun onorevole o senatore ha proposto di ridurre le spese per gli armamenti. Le spese militari sono uscite dall’agenda politica, in perfetto stile bipartisan, anzi Pdl e Pd hanno fatto a gara nell’affermare gli insufficienti stanziamenti per le forze armate.

Eppure in tempi così difficili riducendo le spese per le armi si potrebbero, ad esempio trovare le risorse per investire nella scuola e nell’università.

Le spese militari sono il motore dell’industria bellica. Senza ingenti finanziamenti da parte degli stati, i giganti del comparto militare industriale non esisterebbero o produrrebbero mezzi e strumenti destinati ad uso civile. Senza i miliardi di euro destinati a produrre ed acquistare armi, addestrare soldati, finanziare gli interventi degli eserciti in altri Paesi, sicuramente il mondo sarebbe un posto più sicuro.

Il paradosso è che i governi ed i ministri della Difesa sostengono esattamente il contrario persuadendo l’opinione pubblica della necessità di una “sicurezza” che necessita un continuo ammodernamento dei sistemi d’arma, per essere all’altezza dei paesi alleati, per rispondere alle minacce del nostro tempo.

Le spese per l'esercito da superpotenza che non siamo sono stupefancenti, circa 15 miliardi di euro per le spese di Marina, esercito e areonautica, 775 milioni in più rispetto allo scorso anno. Un quarto di questa cifra è dedicato all’ “investimento”, che è un termine neutro per indicare la spesa per le armi.1.390 milioni di Euro per la portaerei Cavour, circa 18 miliardi di euro entro il 2015 per il programma “Eurofighter 2000” che sviluppa veivoli per la difesa aerea (già bocciato alla Corte dei conti) e ancora, 158 milioni di dollari da qui al 2011 - più altri 745 milioni spalmati nei prossimi 40anni - per 131 aerei da combattimento “Joint Strike Fighter”, che viaggiano alla velocità del suono (ma a chi prevediamo di far guerra?).

Buone notizie per Finmeccanica: per il programma di coproduzione italo francese per le fregate navali Fremm è prevista una rimodulazione della spesa, con un incremento dello stanziamento di 239 milioni di euro, e la previsione di ulteriori stanziamenti di 305 milioni sia nel 2010 che nel 2011.

L’ Italia spende in materia di difesa e di investimenti nell’industria bellica quasi il 2% del PIL (più di 30 miliarid di euro, circa 560 euro procapite!), come ultimamente richiesto dagli Stati Uniti agli alleati europei, con la sola differenza che le spese per l’assistenza sanitaria in Italia, ad esempio, sono un terzo della media europea e quelle per l’educazione la metà.

Ogni anno ci sono tagli in finanziaria per la sanità e per la scuola, università e ricerca, ma per la Difesa e l’apparato militare industriale ci sono continui aumenti!

Un prodotto italiano per eccellenza sono proprio le armi. Finmeccanica è la decima impresa di produzioni di armi nel mondo. Il gruppo industriale lavoro nell’aureonatica, spazio, sistemi di difesa, elicotteristica, energia ed elettronica per la difesa. I gruppi che la compongono sono L’Alenia, Offcine Aereonavali, Atr integrated, Aermacchi, Oto Melara, Wass, Mbda, Alcatel ALenia Space, Telespazio, Ansaldo Breda, Ansaldo trasporti e sistemi ferroviari, Ansaldo signal, Agusta Westland, Ansaldo energia, Selex, Elsag, Elettronica, Orizzonte sistemi navali.

I due terzi del pacchetto azionario di Finmeccanica sono collocati sul mercato ed un terzo è ancora proprietà del ministro del Tesoro. Naturalmente viene gestita secondo i criteri di mercato ma non v’è alcun dubbio che tragga consistenti benefici dal fatto di avere tra i suoi azionisti il ministero italiano dell’economia.

Il caso Finmeccanica è paradossalmente un segnale che possono esistere politiche industriali pubbliche di competitive e di alto contenuto tecnologico, un successo dell’industria, purtroppo bellica!, che fa dell’Italia uno dei maggiori paesi di produzione ed esportazione di armi in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Iraq, seguendo solamente la regola dei profitti alimentando la possibilità di conflitti.

AleniaAermacchi con AgustaWestland hanno vinto l'appalto per la fornitura degli addestratori militari M346 "Master" agli Emirati Arabi Uniti, per un totale di 48 aerei; il Governo di Abu Dhabi ne ha comunicato notizia il 25 febbraio scorso. L'M346 è un addestratore biposto avanzato che permetterà ai piloti di prepararsi al meglio per volare sui cacciabombardieri "di nuova generazione fra i quali l'Eurofighter, il Rafale, l'F16 e l'F35 Joint Strike Fighter." Esattamente la stessa logica dei produttori di virus ed antivirus dei computer!

Altre commesse AleniaAermacchi le attende dall'Aeronautica Militare Italiana (dopo il primo lotto di 15 velivoli) e da Singapore (ipotetico ordine di 14 aerei). Sono poi in corso trattative per la vendita dell'M346 a Polonia e Grecia (con cui era già stato firmato un pre-accordo).



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Basi militari italiane e funzioni: Vicenza, Aviano, Ghedi, Napoli, Sigonella, Niscemi


Le basi ed installazioni USA/NATO sul terriotorio italiano sono un totale di 113 Per una cartina dettagliata http://www.kelebekler.com/occ/busa.htm

Aviano. La più grande base avanzata, deposito nucleare (50 ordigni) e centro di telecomunicazioni dell’USAF in Italia [almeno tremila militari e civili americani ]. Nella base sono dislocate le forze operative pronte al combattimento dell’USAF [un gruppo di cacciabombardieri ] utilizzate in passato nei bombardamenti in Bosnia. Inoltre la Sedicesima Forza Aerea ed il Trentunesimo Gruppo da caccia dell’aviazione USA, nonché uno squadrone di F-18 dei Marines. Nella base aerea di Aviano (Pordenone) sono permanentemente schierate, dal 1994, la 31st Fighter Wing, dotata di due squadriglie di F-16 [nella guerra contro la Jugoslavia nel 1999, effettuo’ in 78 giorni 9.000 missioni di combattimento: un vero e proprio record] e la 16th Air Force. Quest’ultima è dotata di caccia F-16 (aerei adibiti al trasporto di bombe nucleari) e F-15, e ha il compito, sotto lo U. S. European Command, di pianificare e condurre operazioni di combattimento aereo non solo nell’Europa meridionale, ma anche in Medio Oriente e Nordafrica . Essa opera, con un personale di 11.500 militari e civili, da due basi principali: Aviano, dove si trova il suo quartier generale, e la base turca di Incirlik.

Camp Ederle e Dal Molin [Vi]. Quartier generale della NATO e comando della Southern European Task Force (SETAF) della US Army sino al dicembre scorso. Da gennaio, la SETAF, che controllava le forze americane in Italia, Turchia e Grecia, è stata trasformata nel comando della componente terrestre di AFRICOM.

Una grande attenzione è stata riservata dagli strateghi dell’esercito statunitense per la “Main Operating Base – MOB” di Vicenza, dove grazie ad una spesa di 30 milioni di dollari (che si aggiungono ai 46 milioni stanziati con il bilancio 2008), s’intendono avviare i lavori per ospitare, nel vecchio aeroporto Dal Molin, la 173^ Brigata Aviotrasportata, reparto d’elite dell’US Army ripetutamente inviato nei teatri di guerra d’Iraq e Afghanistan. “Con questo programma – ha dichiarato il generale Ham – la comunità militare del nord Italia si espanderà per ospitare, alla fine, l’intera brigata di 3,800 uomini, le famiglie al seguito e gli impiegati civili presso la Caserma Ederle e il Dal Molin”.

La 173° è la più importante brigata d’assalto aviotrasportata, quella che abbiamo conosciuto attraverso il film Apocalipse now, quella che operava con “grande successo” in Vietnam nelle missioni “impossibili” contro civili e inermi popolazioni.

- una città occidentale sicura, finora ospitale e con buone infrastrutture con un ospedale psichiatrico per le cure dei reduci (si parlava di Montecchio Precalcino);

- una grande base consolidata nel territorio da decenni (Ederle);

- un aeroporto d'appoggio non grande ma in area urbana (Dal Molin);

- un quartiere dormitorio a pochi minuti dalla Ederle (Quinto Vicentino);

- un deposito sotterraneo immenso protetto da strati di roccia e cemento in cui stoccare armi e veleni, con un centro di intelligence che resisterebbe anche ad un attacco atomico (Longare-Tormeno);

- un'area per esercitazioni ed addestramento delle truppe tranquilla ed adiacente alla base in cui sparare senza vincoli, sperimentando nuove armi (S. Rocco di Longare);

- un aeroporto di grandi dimensioni dotato di armi nucleari a poca distanza, vero trampolino di lancio per ogni azione della 173 Airborne (Aviano);

- un secondo aeroporto anch'esso dotato di armi nucleari a poca distanza (Ghedi-Torre);

- il tutto sotto la coperta protettiva di un segreto militare impenetrabile.

Inoltre, a partire dal 2006, si assiste ad una profonda ristrutturazione di Fontega-Tormeno, San Rocco-Santa Tecla e Site Pluto o Comm Site, seguendo l'attuale denominazione, centro nevralgico di telecomunicazioni e stoccaggio d'armi e veleni (vedi scheda). Unitamente con il progetto Dal Molin, l'ampliamento della Caserma Ederle ed il prospettato villaggio residenziale di Quinto, si delinea una strategia che vuole trasformare Vicenza in una città che esporta morte e distruzione, seguendo il folle progetto della guerra infinita.

La stazione militare così organizzata, diverrà la vera “Punta di Diamante” delle strategie NATO/USA, attraverso l'utilizzo della 173 Brigata Airborne americana come “strumento del piano di dissuasione e di ritorsione anche nucleare” seguendo le direttive della NATO.


Ghedi [Bs]. Base dell’USAF, stazione di comunicazione e deposito di bombe nucleari. La base è dotata di Tornados italiani adibiti al trasporto delle bombe nucleari. Nel caso in cui venisse programmato un attacco nucleare con l’utilizzo di questi mezzi sarebbero le forse militari italiane a gestire tutta l’operazione.

Camp Darby [Pi]. Il Setaf ha il più grande deposito logistico del Mediterraneo [tra Pisa e Livorno], con circa 1.400 uomini, dove si trova il 31st Munitions Squadron. Qui, in 125 bunker sotterranei, è stoccata una riserva strategica per l’esercito e l’aeronautica statunitensi, stimata in oltre un milione e mezzo di munizioni. Strettamente collegato tramite una rete di canali al vicino porto di Livorno, attraverso il Canale dei Navicelli, è base di rifornimento delle unità navali di stanza nel Mediterraneo. Ottavo Gruppo di supporto USA e Base dell’US Army per l’appoggio alle forze statunitensi al Sud del Po, nel Mediterraneo, nel Golfo, nell’Africa del Nord e la Turchia. E’ da questa base che partono le nostre truppe per l’Afghanistan.

La Maddalena - Santo Stefano [Ss]. Base atomica USA, base di sommergibili.

Napoli. Comando del Security Force dei Marines. Base di sommergibili USA. Comando delle Forze Aeree USA per il Mediterraneo. Porto normalmente impiegato dalle unità civili e militari USA. Napoli è una città invasa da strutture militari, e uno dei principali porti per sostenere i conflitti in Medio Oriente e da Ottobre sede del comando AFRICOM: qui si è trasferito il comando di tutta la Marina Militare statunitense, per il controllo di Europa, Asia (Medio Oriente) e Africa. Snodo del traffico di portaerei, sottomarini a propulsione nucleare e armamenti di ogni genere.

Sigonella [Ct]. Principale base terrestre dell’Us Navy nel Mediterraneo centrale, supporto logistico della Sesta flotta [circa 3.400 tra militari e civili americani ]. Oltre ad unità della Us Navy, ospita diversi squadroni tattici dell’USAF: elicotteri del tipo HC-4, caccia Tomcat F14 e A6 Intruder, gruppi di F-16 e F-111 equipaggiati con bombe nucleari del tipo B-43, da più di 100 kilotoni l’una.

I recenti accordi con la US Army hanno portato a Sigonella nuovi progetti: AGS (Alliance Ground Surveillance) un progetto da un miliardo e mezzo di euro, di cui almeno 150 milioni a carico del contribuente italiano. Secondo Robert Pszczel, portavoce NATO, il programma sarà operativo nel 2012. Subito saranno dislocati otto Global Hawk, i veivoli senza pilota costruiti negli Stati Uniti.

Il sistema AGS è un nuovo programma NATO che prevede appunto di impiegare aerei senza pilota (UAV) per le ricognizioni e la raccolta di informazioni su Africa e Medio Oriente (Afghanistan, Pakistan, Iraq, Iran), da destinare agli strateghi politici e militari dell’Alleanza atlantica ed ai “decision makers”.

Caltagirone [Ct]. Stazione di telecomunicazioni USA.

Augusta [Sr]. Base della Sesta flotta e deposito munizioni.

Niscemi [Cl]. Base del NavComTelSta [comunicazione Us Navy ].

L’installazione del MUOS (Mobile User Objective System, tre grandi antenne radar circolari con un diametro di 18,4 metri e due torri radio alte 149 metri) è prevista a Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne USA. Si tratta di una delle quattro stazioni terrestri del sistema della U.S. Navy che collegherà - con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza - le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino. Niscemi, località prescelta in sostituzione di Sigonella, per ridurre l'interferenza delle onde elettromagnetiche sui sistemi di bordo degli aerei, ma soprattutto per “evitare” che le emissioni potessero avviare la detonazione degli ordigni presenti nella grande stazione aeronavale, come accertato nel 2006 da uno studio delle società statunitensi AGI - Analytical Graphics, Inc., e Maxim Systems.

Di contro nessuno se l'è sentita a valutare i possibili effetti delle onde elettromagnetiche sulle popolazioni che vivono nei pressi dell'installazione di Niscemi!!




Italia, punta di diamante delle guerre (nucleari) future: ISAF, AFRICOM

Sintetizzando le informazioni riportate finora, l’Italia non solo si conferma uno dei Paesi che maggiormente investe e produce armi, contribuisce all’ ISAF (International Security Assistance Force) in Afghanistan, continuando a sostenere da superpotenza che non è l’assurda ed aggressiva ipocrisia di una guerra contro il terrorismo e per la democrazia, ma si propone a partire da Ottobre scorso, come punta di diamante dei futuri scenari di guerra in Medio Oriente ed Africa.

A partire da Ottobre, infatti, la regione africana non è più sotto il comando europeo della US Army. E’ stato istituito un comando apposito, per “un nuovo modo di guardare all’Africa” sostiene la vice-segretaria della Difesa per gli affari africani, Theresa Whelan.

Questo comando si chiama AFRICOM ed ha le sue sedi a Vicenza e Napoli. Il suo scopo sarebbe quello di “sviluppare nei partner africani la capacità di affrontare le sfide per la sicurezza dell’Africa”, soprattutto riferendosi all’Africa Occidentale.

Ad oggi, le operazioni del comando AFRICOM consistono nell’impiego di gruppi di specialisti per l’addestramento di militari africani. Il quartier generale di Vicenza opererà nel continente africano con «piccoli gruppi» (complessivamente, all’inizio, 600 uomini), ma sarà pronto, se necessario, a condurre operazioni di «risposta alle crisi», servendosi della 173a brigata aviotrasportata.

I «piccoli gruppi», comprendenti anche unità della Guardia nazionale e della Riserva, attueranno in Africa «programmi di cooperazione», aiutando a «promuovere la stabilità regionale e le relazioni tra civili e militari». Nei prossimi anni, sottolinea il gen. Garrett, «lo U.S. Army Africa continuerà a crescere». Crescerà di pari passo il ruolo del comando delle forze navali AfriCom, situato a Napoli. Si tratta di un «impegno prolungato», frutto del «riconoscimento americano della crescente importanza strategica dell’Africa».

Ma da dove nasce tutto questo interesse per l’Africa??

La ragione, vi sembrerà ripetitivo, ma è sempre la stessa: il petrolio!

Ad oggi gli USA esportano il 15% del loro fabbisogno dall’Africa Occidentale, in particolare dal Golfo di Guinea, si prevede che già nel 2015 la percentuale sarà cresciuta al 25%. Ad oggi l’estrazione ed esportazione di questo petrolio sono sotto dominio USA, principalmente attravesro Shall ed Exxon Mobil.

Tuttavia questo dominio inizia ad essere messo in pericolo sia dalla crescente ribellione delle popolazioni locali, in particolare nel delta del Niger, sia dalla crescente concorrenza cinese.

La Cina è il secondo partner commerciale dell’Africa, dopo gli Stati uniti, ma i suoi investimenti sono in forte crescita anche nei paesi più legati agli Usa. In Etiopia, lo scorso gennaio, la China Exim Bank ha investito 170 milioni di dollari per la costruzione di un complesso residenziale di lusso ad Addis Ababa, e un’altra società cinese, la Setco, ha annunciato la costruzione della più grande fabbrica di pvc del paese. In Liberia, la China Union Investment Company ha investito 2,6 miliardi di dollari nelle miniere di ferro. Società cinesi hanno effettuato grossi investimenti (2 miliardi di dollari per paese) anche nei settori petroliferi di Nigeria e Angola, finora dominati dalle compagnie occidentali. Ma la concorrenza cinese agli Usa non si limita al piano economico. Pechino sostiene governi, come quelli dello Zimbabwe e del Sudan, invisi a Washington, ai quali fornisce anche armi.

A dimostrazione del “nuovo modo di guardare all’Africa” dalle potenze internazionali è la presenza di navi da guerra lungo le coste del Corno d’Africa, con la motivazione della lotta contro i pirati somali.

In quest’area strategica, comprendente il Golfo di Aden all’imboccatura del Mar Rosso (dove, a Gibuti, è stazionata una task force statunitense), incrociano la Combined Task Force 151, una forza navale Usa cui partecipano unità di 20 paesi alleati; lo Standing Nato Maritime Group 2, un gruppo navale Nato, e la EuNavFor Atalanta, una squadra dell’Unione europea. Ma sono presenti anche navi da guerra cinesi e russe, cui si aggiungeranno quelle giapponesi.

AFRICOM è la prima applicazione del piano Jones (attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA), da lui direttamente articolato ben oltre tre anni fa: “Il comandante militare al vertice della NATO è alla ricerca di un nuovo importante ruolo per la sicurezza dell’industria privata e dei leaders delle imprese come parte di una nuova strategia sicuritaria che si focalizzerà sulle vulnerabilità economiche dei 26 paesi dell’Alleanza.

Il Comandante Supremo dell’Alleanza, il Generale James Jones del Corpo dei Marine USA ha dichiarato mercoledì che due sono i progetti ad alta priorità ed urgenza per i funzionari della NATO da sviluppare in sinergia con l’industria privata, quello di rendere sicuri gli oleodotti che portano petrolio e gas della Russia verso l’Europa…e quello di rendere sicuri porti e le marine mercantili.

Sottolineando come area di interesse della NATO per rendere sicure le forniture il Golfo di Guinea, al largo della costa dell’Africa Occidentale,… “un serio problema di sicurezza”.

Jones faceva notare che già le compagnie petrolifere stanno spendendo più di un miliardo di dollari all’anno per la sicurezza in quella regione, puntualizzando la necessità per la NATO e per le compagnie di coordinarsi su ciò che concerne la sicurezza comune.” (United Press International, 13 ottobre 2005).

“Jones ha dichiarato che, senza un opportuno controllo, l’instabilità politica in Africa potrebbe richiedere interventi reattivi e reiterati a costi enormi, come nel caso della Liberia.” (Washington File, 7 aprile 2006)

“Il nostro obiettivo strategico è quello di una espansione…verso l’Europa Orientale e l’Africa…Incontestabilmente gli Stati Uniti sono alla ricerca di accrescere la loro presenza e la loro influenza in Africa.” (Stars And Stripes, 9 marzo 2006)

L’Occidente, ed in prima linea gli Stati Uniti, stanno impegnandosi in un incomparabile sforzo per conservare ed espandere quel dominio militare, politico ed economico e i monopoli che avevano estorto con la violenza al resto del mondo negli ultimi cinque secoli, ed il controllo delle risorse energetiche globali e il loro trasporto risultano una componente vitale di questa sconsiderata e improvvida campagna. L’Africa sta rapidamente configurandosi come il cruciale campo di battaglia di questa lotta competitiva internazionale.

E l’Italia sarà il centro nevralgico operativo di questa strategia coloniale e violenta senza fine!




NOTA 1

LA NATO. Originariamente l’alleanza Nato nasce come difesa contro un apossibile invasione sovietica, ma ad iniziare dal 1989 cambia progressivamente missione, arrivando ad essere oggi una superalleanza senza rivali sul piano militare. Nel 1999 a Washington viene firmato un nuovo trattato che getta le basi per la giustificazione di tutte le nuove guerre, non più strettamente difensive in caso di attacco, ma a prevenzione e difesa degli interessi dei Paesi membri anche fuori dai confini dell’Alleanza stessa. E’ così che siamo partecipi della guerra permanente.

NOTA 2

SITE PLUTO _ da dossier No Dal Milin 2007. Site Pluto è una base sotterranea degli USA ed appare in stretto collegamento fisico con la base militare di San Rocco-Santa Tecla, sovrastante Site Pluto al vertice della collina di Longare, e con l'altro importante sito di Tormeno-Fontega, formando un unico complesso militare. Almeno fino al 1992, ha ospitato circa 200 bombe atomiche e 1.000 kg di plutonio, a stretto contatto con il paese di Longare ed a pochi km da Vicenza, non osservando le minime condizioni di sicurezza per i Cittadini vicentini.

Lo studio, pubblicato dal Presidio Permanente con il titolo “Site Pluto, ieri, oggi, domani”, accende i riflettori sulle gallerie di Longare, “il più importantedeposito d'armi atomiche in Italia ed uno dei più importanti d'Europa”.

I Diritti dei Cittadini di Longare e di tutto il territorio vicentino sono statisistematicamente violati, lasciandoli nella completa oscurità sui rischi per la loro salute derivati dalla presenza di un simile arsenale di morte.

Purtroppo, nella “democratica” Italia le questioni militari sono avvolte dall'impenetrabile coltre di almeno 9 accordi internazionali Italia-USA su cui è posto il sigillo del Segreto di Stato. Site Pluto, nel periodeo della Guerra fredda, era al servizio della strategia di generali che prevedevano l'uso di armi atomiche nella nostra pianura Padana per ostacolare un ipotetico invasore: mine atomiche da porre su ponti e strade, proiettili d'artiglieria e missili, anch'essi atomici da sparare nel Triveneto.

Si sapeva che le nostre frontiere orientali erano fragili e che avrebbero resistito pochi minuti. Si accettava perfino che il 92% dei nostri giovani soldati di leva, fanti ed alpini, fossero destinati alla morte anch'essi in poco tempo, solo per rallentare il nemico e dare il tempo di preparare le bombe atomiche.

Nel 1992, Site Pluto chiuse per un paio d'anni, perché successe un incidente a qualche bomba atomica stivata in galleria con dispersione di materiale nucleare pericolosissimo.

Si hanno le prove che per due giorni grandi betoniere fecero la spola cementando l'interno di una galleria. Le indagini delle autorità preposte alla salute pubblica furono limitate, superficiali ed approssimative.

I vertici militari risposero che non “si ravvisa la necessità di un incontro chiarificatore”. Quel che ora noi vediamo sono le conseguenze catastrofiche sulla salute dei Cittadini, evidenziate da accurati studi scientifici (la tesi di Laurea di Roberta Toniolo e lo studio del Distretto Sud-Est).

Essi riportano dati agghiaccianti sulla mortalità da tumore nell'ULSS N.6 nell'ampio periodo temporale tra il 1990 ed il 2003. Li riassumiamo:

- la mortalità per leucemia e tumori linfatici (malattie strettamente legate alle radiazioni) nell'ULSS N.6 è di 21,9 casi ogni 100.000 abitanti. In Italia, nello stesso periodo, è di 4-5 ed in Veneto 4-6;

- la mortalità per tumore nell'ULSS N.6 è 256-257 casi ogni 100.000 abitanti. In Italia è di 118-146 ed in Veneto di 123-165;

- si muore un po' di più per tumore nei Distretti di Vicenza, Est e Sud-Est, un po' meno nel Distretto Ovest.

Ci chiediamo: è un caso la coincidenza con l'ubicazione dei siti militari USA?; - tra il 1990 ed il 1999 a Longare si sono verificati 24,8 casi di decesso per tumore al fegato per ogni 100.000 abitanti e 30,2 per leucemia e tumori linfatici. Queste malattie sono dovute entrambe all'effetto delle radiazioni (il tumore al fegato, oltre che da infiammazioni croniche, anche da contatto con il plutonio, l'ingrediente delle bombe atomiche).




Fonti.

www.sipri.org

www.sbilanciamoci.org Economia a mano armata 2006

www.terrelibere.org (Antonello Mangano. "Sicilia e Africa, guerre e migrazioni". terrelibere.org, 25 feb 2009)

www.disarmiamoli.org (in particolare interviste video a Manlio Dinucci e articoli di Dinucci e Mazzeo)

www.rainews24.it

www.peacereporter.it

http://www.173abnbde.setaf.army.mil/

http://temi.repubblica.it/limes/

http://documentiamoci.wordpress.com/

Informazioni tratte dall’ispezione condotta dall’onorevole Salvatore Cannavò a Sigonella, 31 marzo 2008.

 
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